Sul ruolo dell’astronomia in uno dei gol più belli della storia del calcio

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(Monaco, 25 Giugno 1988: finale dei Campionati Europei fra Olanda e Unione Sovietica)

è il nono minuto del secondo tempo quando Muhren, dopo una vertiginosa corsa sulla fascia sinistra, lascia partire il suo cross.
Ma è un cross, quello?!
Poche altre volte si è visto un traversone issarsi in alto come quello dell’Orange numero 8. In una frazione di secondo la sfera esce dall’inquadratura della telecamera per restarne fuori un tempo che pare interminabile — nell’aria la sensazione che stia per succedere qualcosa di straordinario.
(Fra l’altro, la pedata ha impresso una traiettoria stranissima anche alla voce del telecronista: che parte bassissima, quasi incredula, per poi alzarsi gradualmente e farsi sempre più acuta, quasi strillata, da quando la palla inizia a planare riavvicinandosi alla terra).

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Sono momenti rari e preziosi, sui campi di calcio, quando l’intero stadio, nello stesso filo di respiro sospeso, alza gli occhi al cielo, interrogandolo come un collegio di venerandi astronomi babilonesi: i giocatori, l’arbitro, i guardalinee, il pubblico, i cani poliziotto…

Vanbasten4
Tutti a guardare qualcosa che eccede la misura umana e già pare miracoloso.

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Fatto sta che i difensori della compagine sovietica (a partire da Dasaev, il portiere) nonché i due attaccanti olandesi al centro dell’area appaiono sorpresi e smarriti: come se si chiedessero se davvero quella palla ritornerà mai quaggiù, o se non vorrà invece trasformarsi in una costellazione celeste o in qualche corpo astrale — per esempio come fece, centinaia e centinaia d’anni fa, un biondo ricciolo della faraonessa Berenice. E, nell’eventualità remota del ritorno, se sarà ancora utilmente giocabile.
Nel dubbio, comunque, tutti retrocedono verso la porta, e intanto guardano, a sinistra e a destra, che cosa stiano facendo gli altri — se mai ci stiano capendo qualcosa di più, di quel misterioso astro celeste in volo e, soprattutto, della sua possibile traiettoria.

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Solo un giocatore, un solo giocatore, dal momento in cui la sfera è decollata, non le ha mai staccato gli occhi di dosso. Non certo uno qualsiasi, bensì un luminare delle traiettorie impossibili, dei voli acrobatici, uno studioso di geometrie, circoli e sfere applicate al rettangolo verde, il cui talento è inimitabile e la cui fama è già arrivata in tutto il mondo: sì, proprio lui, l’Olandese Volante, Marco Van Basten.

Marco_Van_Basten_1.jpg
Dal primo momento, grazie a calcoli fatti in lunghe notti di osservazione e studio, ha subito intuito l’orbita probabile del pallone, i gradi della parabola di innalzamento e di ricaduta, in relazione alla variante ugrometica e anemometrica. E, soprattutto!, il tempo stimabile dell’ atterraggio. In base a questi complessi calcoli, che lui solo è stato in grado di fare, ecco che taglia l’area di rigore di 46 gradi verso destra, procedendo alla velocità di 19,5 km/h: tutto questo senza mai guardare per terra, sempre assorto nella devota osservazione della sfera — un po’ come si dice che camminasse il greco Talete a rischio della propria vita, pur di comprendere i misteri del cosmo (cosa di cui la sua servetta trace assai lo derise, il giorno che lo vide precipitare in una buca).
Arrivato in questo modo, esattamente all’ora x, sul luogo del migliore impatto così come indicato dai suoi calcoli, Van Basten s’alza a sua volta in volo con coordinazione botticelliana, per colpire l’amato oggetto del suo amore, con precisione e forza, d’interno collo destro …

Marco van Basten

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L’osservazione degli astri, in effetti, e il difficile studio dei loro movimenti regolari nell’oceano infinito del cosmo è una delle prime cose in cui l’uomo si distinse dagli altri animali da quando, fattosi sapiens sapiens, eresse il busto e volse il suo sguardo e la sua anima al di là dell’orizzonte terreno.
Sembra che i primi a fare dell’osservazione degli astri una scienza vera e propria fossero gli Assiro-babilonesi, dunque più di seimila anni fa! Nel tentativo di avvicinarsi il più possibile a quei corpi che ritenevano di natura divina e di cui volevano conoscere i segreti, costruirono enormi edifici a piramide, le ziqqurat.

Ziqqurat
Poi, furono i Greci ad alzare il naso all’insù e prendere il testimone di quella scienza: Talete, Pitagora, Eratostene … Ci pensi? Questo stesso cielo, ma solo 2500 anni fa!
Del resto, non è difficle comprendere l’irresistibile attrazione: lassù tutto si muove in modo così perfetto! Ci sono invisibili rotte in cui ogni minimo spostamento risulta iscritto: e nessuna stella, nessun satellite, nessun pianeta che sgarri mai, nemmeno di poco, in tutti questi anni dal Big Bang in poi. Per questo, già da millenni, è possibile sapere con largo anticipo quando ci sarà la prossima eclissi di sole e dove si vedrà, oppure quando il sole entrerà nella costellazione del Leone (con tutte le conseguenze del caso ) e via dicendo. Per questo, chi poteva dirsi sapiente nel conoscere le sfere degli astri e le loro traiettorie, aveva in quei tempi onori incredibili, ed era considerato persona superiore e, quasi, in stretto contatto con gli dèi.

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Su questo, almeno, nei giorni che seguirono il miracolo balistico di Van Basten nessuno osò mai sollevare un dubbio: cioè che una traiettoria così perfetta, di bellezza e armonia ineguaguagliabili, doveva per forza essere di ispirazione divina, mutuata forse sulla rotta di qualche fulgida stella.
La questione era più sottile: «Esisteva già quella parabola, prima che Marco Van Basten la trovasse?», domandò un astrofisico russo dalle colonne della “Verità”. Perché molti sostennero — non senza ragioni — che, poichè in nessun campo di calcio di nessun paese qualcosa di simile s’era ancora mai visto, doveva essere una delle idee platoniche, dimenticata da millenni nel mondo perfetto dell’Iperuranio, e finalmente mostrata ai mortali, all’Olympiastadion di Monaco, dal divino Van Basten.

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Sì, ecco, è proprio così che dovrebbe essere l’amore, amore, che rubi gli occhi da qualsiasi altro oggetto, che non permetta di vedere nient’altro fuori che se stesso. Solo così abbatterà ogni ostacolo, non si fermerà mai di fronte a niente.
E tutti quelli che, pur dicendo di amare, si preoccupano d’altro — quelli il cui sguardo danza a destra o sinistra dell’oggetto, che osservano solo in basso, verso se stessi, o che si preoccupano troppo di mettere saldo il piede sulla terra (così da non correre il rischio di incespicare) — beh, lo voglio proprio dire, amore, che siano condannati a non sapere mai qual’è la gioia che ci illumina quando si ama veramente, essendone riamati.

Vanbasten8

 

 

 

 

 

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