Toccare il cielo con un dito

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Città del Mexico, 1970, Stadio Azteca, finale dei Campionati del Mondo.
Siamo al 20′ del primo tempo quando Rivelino, ricevuta la palla dalla rimessa laterale, fa partire un cross dalla sinistra. La sfera, frustata dal leggendario piede mancino, s’impenna e vola, con un certo effetto a rientrare.
Pelè, intanto, al centro dell’area, muove verso destra due dei suoi passi di potente ed elegante felino. Quindi stacca.
«Come, “stacca”?»
Sì lo, so, tutti lo sanno, staccare quando ancora la palla è ancora così alta e lontana è un errore tale che nemmeno ha bisogno di commento. Staccare adesso significa vedersi poi costretti a colpire la palla ricadendo, dunque con minore potenza e precisione. E invece sì, Pelé stacca proprio in questo istante.
Al contrario, il sapiente Burgnich Tarcisio, il difensore dell’Italia sul 10 brasiliano, non si fa ingannare: valuta la traiettoria e decide di rimanersene ancora a contatto con la terra e aspettare ancora una frazione di secondo prima di prendere il volo all’inseguimento del divino 10 carioca.
E in quello stacco, diciamolo, il suo corpo è un po’ sbilanciato, come per il timore reverenziale di mettersi contro chi, ormai da anni, regna su tutto il Mondo; tuttavia non è un salto inefficace, non senza potenza — nulla a che vedere, insomma, con la favola di quella rana che stoltamente volle gonfiare il petto per farsi grande quanto il bue. Solo che, è naturale, già la legge di gravità lo revoca giù dall’aria (elemento che, del resto, non si adatta  a chi è soprannominato “Roccia”»). Già lo sta riportando a quella terra cui lunghe generazione di suoi avi friulani sono state profondamente legate. Tutto questo è assolutamente normale, no?
Ma normale una cippa! Non vedi che, intanto, Pelè è ancora in volo? Che sta guardando con composta eleganza la palla e ora la colpisce con forza, perché si infili nel sette?

Pelésublime2«Dio, ma come è potuto succedere?»

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L’emozione di quella frazione di secondo più del normale che è durato il volo del divino acrobata Pelè, arriva dentro di noi come un treno che sfreccia vicino nella notte.
Sconvolgente così com’è, subito ci fa percepire il valore metafisico di quel gesto: e così avvertiamo che il mistero che vi è contenuto riguarda nel profondo il nostro essere, il nostro vivere sulla terra.

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Diciannove anni dopo, a Parigi, eccoci davanti a un miracolo comparabile.
Un cavo di ferro corre fra il Trocadéro e la Tour Eiffel, emettendo lievi gorgheggi metallici. C’è un omino per aria lassù, con bilanciere, a risalire il piano inclinato con passi sicuri e leggeri.

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È affascinante pensare che questa performance fa parte delle celebrazioni per il bicentenario della Rivoluzione Francese. Deve essere un tributo alla libertà di cui è simbolo il piccolo acrobata sospeso nell’aria. O forse, se abbassiamo lo sguardo verso terra, verso le seicentomila persone riunite a osservarlo, forse è per la perfetta fraternità e uguaglianza che la durata della sua esibizione produce in tutti loro: tutti a guardarlo a naso in sù, tutti con il fiato sospeso, senza alcuna differenza di età, di sesso, di censo, tutti con lo spirito in bilico fra la consapevolezza dei limiti umani e invece l’attrazione per l’infinito del volo, accomunati nello stesso sentimento misto di piacere e inquietante spaesamento, quasi orrore.
È il sentimento del sublime, signore e signori. Il sublime dell’acrobazia.

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Il sublime è quel sentimento misto di sgomento e di piacere che proviamo di fronte a ciò che ci appare troppo grande, incommensurabile, ed evoca per questo in noi, insieme a un ammirato stupore, il senso della fragilità e finitezza. E in questo modo svela all’uomo per un istante un mondo ‘sovrumano’, al di là dei limiti di ciò che la ragione e i sensi afferrano. Il vuoto, il mare aperto, l’oscurità, la solitudine o il silenzio scatenano questo sentimento: ed eccoci attanagliati da quella vertigine del sublime.
friederichOppure semplicemente quando si contempla un’acrobazia, dalla pista del circo, alle scene del teatro, a un campo di calcio.
Perché l’acrobata è il professionista del sublime. È l’uomo che ha scelto come sua dimensione lo stare in bilico fra due mondi: la solida, nera terra degli uomini da una parte e, dall’altra, ciò che invece vede, ciò cui si confonde nell’issarsi verso il cielo.
Noi, uomini normali, incollati alla terra dalle radici della forza di gravità, nel guardarli volteggiare lassù avvertiamo il cortocircuito provocato dai loro gesti e piroette — un sentimento misto di invidia e di curiosità, di attrazione incontenibile e sottile paura. Intuiamo che stanno vedendo un altro mondo; che, stando sulle cime dei loro piedi, diventano i messaggeri di un altro universo, che ci rimane invisibile.
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E anche solo l’intuizione indiretta di quella nuova, sconosciuta, dimensione basta a darci un brivido, basta a sconvolgere il nostro mondo normale: a fare entrare in noi il sublime di una misteriosa rivelazione.

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Poi, naturalmente, a scatenare quel sentimento c’è l’amore: ed è così che mi sento, infatti, da quando ti ho incontrata.
Una piroetta nel vuoto, un tuffo nell’acqua lontana laggiù, un salto mortale nel traffico della nostra città? Yes, I can.
E tu, amore, no, non distogliere il tuo sguardo preoccupato: sento che, senza correre pericoli, ce la farò — anche senza una corda di sicurezza o una rete. Ecco, rullo di tamburo in crescendo e … oplà.
(Dio, come sono leggero, e che atterraggio perfetto!).
Il segreto? Lanciare i piedi di traverso, come farebbe un’anatra, e vedere sempre il filo in anticipo, e per intero.
E quant’è meraviglioso, da lassù, fermarsi un attimo a guardare sotto  le case, le automobili, gli uffici e le banche; e salutare con un gesto della mano il mucchio lontano di puntini neri con il naso puntato all’insù, verso di te che stai volando. E restarsene immobili, così, per assaporare questa sensazione rara e preziosa, questo essere quassù, a metà strada fra Cielo e Terra.
E non è che l’inizio, lo sento. Sento che, un giono non lontano, con un salto trasvolerò la metropoli intera, oppure attraverserò il rombo delle cascate del Niagara, sorvolerò il deserto del Sahara, collegherò con il mio passo le più alte vette della terra, mi solleverò fino a vedere così vicino il dolce lume della luna quando è piena.
Purché tu continui a guardarmi.
A guardarmi negli occhi così.

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No, non preoccuparti, so di appartenere ancora a questa terra, so che i miei piedi e tutto il corpo le sono legati in modo indissolubile come da radici nodose e profonde. Sento sulla superficie del mio corpo gli urti della gente mentre fendiamo la folla per addentrarci nelle vie e nei negozi. Vedo i giornali e le tv gridare i loro sanguinanti titoli di cronaca. E so anche (purtroppo lo so) che la sensazione di ora potrebbe essere svanita un giorno. (Perché solo chi si innalza rischierà di ricadere).
Ma oggi è così che mi sento, irresistibilmente, come se camminassi nell’aria, come se dovessi vivere per sempre, senza limiti, senza divieti, senza conoscere l’impossibile nella rarefazione di queste altezze.

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Perché tutti senza esclusione — giovani e vecchi, belli e brutti, grassi oppure piccoli e smilzii, buoni e cattivi — tutti siamo figuranti nell’immenso circo di Amore: che quando ci ha scelti e prende ad aleggiarci intorno, sa fare di noi acrobati perfetti.

 

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