Il miracolo di Chilavert

1

Talvolta succede, è vero, ma è circostanza così rara che, se succede, subito ne danno notizia i telegiornali, dopo il Summit dei paesi più industrializzati, dopo l’ultima catastrofe ecologica, dopo le nozze di qualche Reale.
Il portiere che segna un gol …
Se non è un miracolo poco ci manca.
Quasi sempre è un evento degli ultimi istanti dell’incontro, quando una delle due squadre, avanzando a testa bassa, disperatamente tenta di riequilibrare le sorti dell’incontro.
Allora nella sua solitudine il portiere, non sopportando più il fantasma della sconfitta, né di guardare da lontano, a guantoni oziosi, il destino che si compie, d’improvviso abbandona la porta. Un distacco sofferto ma necessario: come gli immigrati lacrimano lasciando indietro il paesello, come, nei Promessi Sposi, Renzo. E s’affanna ad attraversare l’immenso campo verde, verso il mondo ignoto dell’altra porta. (L’arbitro ha appena fischiato un calcio da fermo per la sua squadra).
Gli avversari, voltandosi, guardano quel prodigio con stupore e, in fondo, persino con compassione. Così finiscono per dimenticare le contromosse contro l’intrusione. Allora il portiere, straniero in quella terra, se ne rimane libero in mezzo all’area, monade di sentimenti e gesti fuori da controllo.
Tum.
(Chissà perché risuona più forte, nello stadio, l’impatto con quello che potrebbe essere l’ultimo pallone)

2

C’è da dire a questo punto che, normalmente, il portiere svetta per altezza fra gli altri giocatori. E che non pochi di loro, da giovani, magari avevano esordito come attaccanti. Ma soprattutto conta quell’essere evento eccezionale nell’area di rigore — liberi da diretto marcatore … E così sì, talvolta succede, anche se rarissimamente. E quando succede, vi assicuro, è la volta che viene giù lo stadio. Allora, infatti, giocatori e tifosi della squadra salvata non troveranno grida, abbracci, gesti sufficienti ad esprimere la gioia esplosa dentro di loro per quel gol miracoloso. Ma persino negli avversari la straordinarietà dell’evento lenisce la delusione: cosa mai possono fare undici uomini normali se si scatenano le forze del soprannaturale?
Intanto i giornalisti, nelle loro postazioni, sono già in fibrillazione, con taccuini, telefoni e palmari bollenti: pregustano la clamorosa reazione del mondo colpevolmente assente — godono pensando a tutto il fermento che provocherà diffondere nel mondo il racconto di quella novella straordinaria.
Eppure ciò di cui voglio parlare, è ancora più straordinario di tutto questo.

3

Voglio parlare del minuto 35 di un Velez-River Plate del 1997. Di quando l’arbitro, a seguito di un normale contrasto di gioco, assegnò un calcio di punizione a favore del Velez — qualche metro più in qua rispetto alla linea di centrocampo.
Beh, ma se è così, allora perché Chilavert abbandona la sua porta? José Luis Chilavert: un monumento del calcio sudamericano che, con lesti e agili passi, attraversa il campo, si avvicina alla sfera e la posiziona sul punto indicato dal direttore di gioco.
chilavert-4.jpg
E tutt’al più quello che lo spettatore può a questo punto pensare è una rimessa da fondo campo un po’ spostata verso il centro. Fatto sta che Chilavert prende la rincorsa e, con la sua classe, tira:
tum!
Ed io, che pure colpevolmente non c’ero, so dirvi con precisione ciò che di meraviglioso è successo, in quel secondo e poco più di volo, nel cuore di ogni tifoso fortinero, sulle tribune, davanti al televisore, per le strade di Liniers, nei bar e ovunque siano giunte, da allora, le immagini di quel gesto.
All’inizio non c’è molto di più che un lontano barlume di speranza sotto il cemento ben posato del pessimismo (è lo scudo di cui ogni tifoso si arma per non soccombere alla disillusione). Appena il pallone ha lasciato la terra, tuttavia, negli sguardi e nei cuori si è immediatamente fatto largo un sentimento di ammirazione e stupore, per quel gesto parso subito superbo. Quindi l’intensità delle sensazioni è aumentata in un crescendo parallelo alla parabola del pallone, sempre più intenso quanto più la sfera s’arrampicava in cielo verso la sua inconfessabile destinazione. Fin quando tutto, nella magia del culmine, si è armonizzato come nello spettacolo dell’arcobaleno: un sentimento di diffuso piacere che mette in perfetta pace con il mondo, per cui si dimenticano le tensioni, le ingiustizie, ogni desiderio di rivalsa e sopraffazione, persino la galoppante inflazione …  e si vive solo nell’incanto leggero di quei colori.
Fino a quando è iniziata la vertigine del tuffo verso terra e si è accesa, ora incontenibile, l’eccitazione della speranza.
Così, mentre la palla plana con tanta perfezione verso la porta avversaria, ecco i colori dell’iride trasformarsi gradualmente nelle forme di un mondo fantastico che, fino a quel momento, non si aveva il coraggio di sperare.
Fino all’indicibile estasi finale.
Fino a quando cioè la palla, accarezzata la traversa, finisce il suo volo di perfezione in piccoli rimbalzi nella rete e ci si scopre tutti ad urlare a se stessi:
«sììì, è davvero successo, tutto questo è proprio vero!»

4

Che momento miracoloso è stato dato di vivere! E quanto più silenziosa era nel cuore la fede che l’impossibile si realizzasse — che il mondo si capovolgesse sottosopra, che i pesci volassero nel cielo, che gli umili fossero esaltati e gli ultimi salissero su un trono tempestato di oro e diamanti — tanto maggiore sarà stata in ogni tifoso l’esplosione di felicità, tanto più quel goal sarà apparso come segno di divinità finalmente in ascolto e sorridenti.

CHILAVERT

Sì, l’importante, in fondo è avere continuato a crederci, in tutto questo tempo: avere attraversato il deserto e la siccità conservando sempre quella tenera e delicata speranza in un angolo del cuore. Proprio come canta Gardel in quel vecchio tango

«Il giorno che mi amerai / sarà ovunque nient’altro che armonia
l’alba sarà chiara / allegra la gente / la brezza porterà quietamente
suono di melodie / e le sorgenti ci canteranno / il loro canto di cristallo
»

Perché un gol del portiere all’ultimo momento ma, ancora di più, un gol come quello di Chilavert, non è facile spiegarlo altrimenti. Devono essere gli dèi che, in questo giorno di grazia, hanno voluto sorriderci e farci credere che può esistere per ciascuno di noi, per l’umanità intera, un misterioso e magnifico disegno di salvezza.

5

Ed è così che è successo a me e a te quella sera.
Eri circondata da tutti, desiderata da uomini più belli, più eleganti, più ricchi. Eppure — ancora adesso non so perché — è verso di me che ti sei voltata. Anche se l’emozione e la paura mi tenevano lontano, anche se l’intensità dei sentimenti mi rendeva incerto, smarrito. Ti sei voltata verso di me e, guardandomi negli occhi, mi hai sorriso.
Oh sì, risaliranno i fiumi alle sorgenti, voleranno nel cielo azzurro le creature del mare, e il feroce lupo pascolerà l’erba non lontano dal candido agnello, se è successo questo, come è davvero successo.
Era, quel sorriso, più dell’alba che sorge dopo una notte di incubi e angosce ed era più del sole che riporta la luce sul mondo spazzando nuvole dense di temporali. Perché questo — pur meraviglioso — ciascuno l’attende e sa che può verificarsi. Era piuttosto l’emozione di assistere ad un prodigio di cui nemmeno si riesce a misurare la grandezza; come vivere in una visione profetica che, inaspettatamente, ora e adesso, davanti ai tuoi occhi, si sta compiendo.
Nell’epifania di quel sorriso, anch’io ho sentito in lontananza le note di quel tango:

«Il giorno che mi amerai / sarà ovunque nient’altro che armonia
l’alba sarà chiara / allegra la gente / la brezza porterà quietamente
suono di melodie / e le sorgenti ci canteranno / il loro canto di cristallo
».

E da allora verso quel sorriso mi dirigo — come la stella fissa che guida il cammino a chi naviga nella notte.

 

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