Nuoto sincronizzato

Nuotavano scandendo sul filo dell’orizzonte le loro bracciate eleganti, che ormai mi paiono un elemento stesso del paesaggio, nelle giornate estive. Percorrevano il solito tragitto dal loro scoglio alla punta dell’insenatura e ritorno — ed erano già quasi arrivati, anzi, quando lei ha smesso di nuotare, ha annaspato un attimo, si è portata la mano al viso.
È strano, perché l’unica pausa di quell’attraversata è alla grande roccia da cui lui si tuffa, mentre lei aspetta osservando passare piccoli banchi di pesci luccicanti. E del resto, perché fermarsi proprio lì, a poche bracciate dalla meta? Un crampo, forse, o una medusa, oppure un qualche altro avvistamento. Il fatto che ora si tolga gli occhialini conferma la gravità della situazione e al tempo stesso mi permette di osservare meglio il suo sguardo stravolto. Lo chiama, una prima volta quasi senza voce, poi una seconda, più forte. E questa seconda volta lui sente, smette di nuotare e di scatto si volta verso lei.

Ho detto “sente”, ma non intendevo con l’udito: la testa era sott’acqua, nell’esecuzione del suo crawl regolare — impossibile udire quel grido poco convinto. Ma nel nuotare tanti anni insieme così, uno vicino all’altra, in una loro corsia ideale ritagliata nell’infinito del mare e del tempo, si sviluppa un’intesa speciale che ha a che fare un po’ con l’anima dei nuotatori, un po’ con l’elemento dell’acqua — sostanze che si confondono facilmente, laggiù. Ed è così, dunque, che lui l’ha sentita e si è fermato e si è voltato verso di lei e, nel voltarsi, ha subito intuito la gravità della situazione. Allora, accelerando le bracciate, le è riemerso vicino:
«Che hai, amore?»
Lei lo guarda fisso, con quello sguardo sconvolto, e però continua a tacere.
«Che è successo, dimmi?!»

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Come è possibile distinguere, sul viso di un nuotatore, l’essenza preziosa di una lacrima da tutte le altre gocce salate del mare? Anche in questo caso non è un senso fisiologico a operare quel miracolo: è qualcosa di diverso dalla vista, un senso più profondo che due nuotatori come loro hanno allenato nel tempo. Fatto sta che lui ha sentito quella lacrima; e sentendola, non ha potuto fare a meno di chiedersi: perché lì in mezzo al mare, e perché adesso, in questo preciso istante della loro vita?
No, non è stata una medusa, né un crampo: si è trattato di ben altro avvistamento.

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Fino a quel momento, però, tutto era stato come sempre.
Erano spuntati dalla macchia sopra la scogliera un po’ prima del solito — come ogni sabato. Lentamente, prestando attenzione alle insidie del percorso, avevano raggiunto il punto riparato dal sole e dalle onde dove lasciare borse e asciugamani, spogliarsi, indossare con gesti precisi gli occhialini. Quindi, avevano iniziato la discesa verso l’acqua: quasi gli stessi passi, gli stessi punti d’appoggio di scoglio in scoglio, fino ad arrivare a quello che fa loro da trampolino. È da lì che si tuffano sempre, sempre nella stessa formazione: lei a pelo d’acqua, lui più in alto, dallo sperone — la prima volta a maggio, l’ultima ad ottobre o persino a novembre, nelle stagioni migliori.

(Ho pensato che tutta questa religiosa ritualità, fosse il loro modo di creare una corrente di eternità solo per loro, attraverso l’oceano del tempo. Almeno finché sono qui — cioè nel posto più sacro che conoscono. Anche se poi, certo, arrivava sempre il momento di voltare le spalle al mare, e tornare lassù, in terraferma)

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Ora che ci ripenso, però, qualcosa di diverso stamattina l’avevo notato. Mentre si spogliavano si sono dati le spalle in modo insistito e quasi teatrale. E mentre percorrevano la discesa verso lo scoglio-trampolino, lei non si è mai voltata ad attenderlo: come se il vento di terra avesse soffiato qualche granello di sabbia negli ingranaggi dei loro sentimenti. Davanti al mare, però, tutto è tornato come sempre — davanti al mare, per loro, non c’è altro che conti.

È sempre lei, a tuffarsi per prima. Questo, credo, perché ci mette più tempo a prepararsi al contatto con l’acqua e all’immersione: dunque, se partisse prima lui, finirebbe con l’avvantaggiarsi troppo nel percorso, obbligandola a inseguirlo, più che a nuotare. Inoltre lui è miope — molto miope — e queste sono acque dove è facile imbattersi in meduse di ogni tipo: quelle bianche e grosse come lampadari (facilmente avvistabili e poco urticanti) come quelle piccole e violette, molto più pericolose. Per questo lei gli nuota sempre davanti, attenta e concentrata come un cane da ciechi: soprattutto da quando, in una mattinata sventurata di acque torbide, lui parcheggiò la parte destra del viso su una di quelle viola — e il giorno dopo pareva elephant man.

No, non ho mai avuto la curiosità di seguirli sulla terraferma: la loro casa, il posto di lavoro, quando vanno al centro commerciale, quando escono con gli amici e altre cose di questo tipo. Che cosa mi perderei, in fondo? Dai discorsi che sento, la vita in terraferma è ugualmente un’attraversata fatta di mareggiate, bonaccia, tempeste, improvvise apparizioni di meduse … cosa mi perderei, che non vedo già qui?

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Faccio un esempio. Dalle prime ore dell’alba, oggi c’è qualcosa di miracoloso nella limpidezza delle acque: un azzurro terso di zaffiro che permette di vedere tutto e fa sentire di vivere dentro la luce liquida di un mondo perfetto, senza macchie né ombre. E così deve essere successo in terraferma anche ai due nuotatori, magari quando erano più giovani: quando balli all’aperto di una sera estiva, quando, baciando, l’anima ti affiora sulle labbra e sospiri, quando guardi dal finestrino dell’auto attraversando un orizzonte lontano — e non trovi neanche una nube, nemmeno la minima imperfezione.

In altri momenti, invece, deve essere sembrato loro che la vita non si muovesse in nessuna direzione, che fossero del tutto scomparsi gli orizzonti e i venti delle motivazioni. Ed ecco allora i dubbi che s’affollano, gli sguardi opachi, l’indifferenza.
Noi la chiamiamo patana — e può fare persino più paura di una tempesta.
Vedete?, tutto già nelle acque del mare! In terraferma, potranno esserci più apparenze, più maschere, più distrazioni: ma l’essenziale è qui, davanti a me, appena sotto quella superficie increspata dal vento. Ma mi sto distraendo, quando invece c’è quella lacrima di cui parlare — l’unica cosa, cioè, ancora più preziosa del mare.

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Anche in acqua i loro gesti sono rituali. Le prime bracciate sono scomposte e frenetiche, per riscaldarsi mentre raggiungono acque più profonde. In questa fase si scambiano qualche parola — commentano la temperatura, la visibilità, o notano ridendo qualche dettaglio di come appare, da lì, il mondo appena abbandonato: la signora grassa con il marito smilzo, il camion dei traslochi sul viadotto, il cane sullo scoglio ad abbaiare … Quindi, senza segnali, iniziano a nuotare in modalità di crociera e allora puntano dritto al promontorio, sprofondando nel silenzio, aggiustando il ritmo del respiro e delle bracciate: 1, 2, 3 …. 1, 2, 3 … Unica pausa — l’ho già detto — a meta percorso, davanti a quella roccia da cui lui era bambino, le prime volte che si gettava.
Oggi però quando lei gli ha chiesto: «Ti tuffi?», lui ha risposto «no» senza esitazione. Così, con un sorriso d’intesa, hanno iniziato il ritorno.

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Anche lì in terraferma, ci deve essere un punto preciso da cui ha inizio il ritorno. Gli obbiettivi sono stati raggiunti — o è trascorso il tempo per inseguirli — i figli sono grandi, magari c’è qualche disponibilità in più: i ritmi, insomma, si registrano e s’allentano e si procede in velocità di crociera. E invece, all’improvviso, succede che, lungo il tragitto mille volte uguale, una piccola lacrima sconvolge tutto:
«Che è successo, dimmi?!»

E lei gliel’ha detto, non appena lo ha avuto più vicino, in un sussurro dolcissimo e profondo. E per lui quelle parole sono state un’ondata che sommerge togliendo il respiro. Eppure quando ne è riemerso, non ha saputo dirle altro che: «Anch’io, amore» — a un oceano di distanza dalla forza del sentimento che sente dentro.
In fondo, non dovrebbe nemmeno esserci bisogno di parole, per sentire; anche un cieco, sono certo, vedrebbe la luce che i due nuotatori emanano in quest’istante guardandosi, laggiù, in mezzo all’acqua. Senza contare che, in terraferma, gli uomini fanno un uso strano delle parole: da quello che mi risulta, lassù esse sono come un labirinto parallelo di illusioni e inganni. E forse proprio perché troppo spesso le usano senza sentirle, invece di essere bussole del loro tragitto diventano la vuota apparenza in cui perdersi.
Per questo i due nuotatori le evitano, almeno quando sono in acqua. E dunque dovrò raccontarvelo io, che cosa le è davvero successo in quegli istanti — da quale rarissima fonte sono sgorgate la lacrima e le parole.

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Sì, stamattina c’era una nube fra loro — un granello negli ingranaggi dei loro sentimenti. Ma già al momento del tuffo il mare l’aveva dissolta e anzi, sin dalle prime bracciate del ritorno, lei aveva sentito nell’acqua qualcosa di speciale, ben al di là di quella meravigliosa trasparenza di cui vi dicevo. In quel momento, i due nuotatori erano stranamente appaiati e, mentre contava le bracciate fra un respiro e l’altro, s’era accorta del sincronismo fra le sue e quelle del marito …1,2,3 … 1,2,3 … 1,2,3 … Inizialmente la mente aveva proiettato nell’acqua colorate immagini di sincronette in piscine olimpiche; e non aveva potuto fare a meno di sorriderne, come le capitava ogni volta che le scorrevano davanti, sugli schermi. Poi, però, tornando a concentrarsi sul quel sincronismo …1,2,3 … 1,2,3 … il cuore aveva sobbalzato: «Dio mio», aveva pensato quasi spaventandosi, al contrario era qualcosa di molto, molto serio: «se il respiro fra noi è lo stesso e lo stesso è il battito cardiaco, se muoviamo le braccia — e le gambe! — come fossimo un corpo solo» …1,2,3 … 1,2,3 … «ma non capisci?!», s’era detta, «allora vuol dire che sono … che siamo …» proprio così, un’identità diversa, in un mondo del tutto diverso! Così, nell’ipnosi di quelle bracciate, sempre di più sentiva quel loro sincronismo di respiro, cuore, corpi e onde creare un’armonia muta in cui il proprio io si dissolveva … 1,2,3 … 1,2,3 … e aveva la visione di loro due che, come una musica, pervadevano ogni goccia di quel mare meraviglioso e infinito. Già, ma allora dov’era più il suo corpo? E dov’era, per esempio, quella rabbia della mattina? Dov’erano le macchie sul vestito, la benzina in riserva, il sale grosso da comprare? Tutto era sparito e nuotavano nella pura estasi di un istante d’eternità.

Fin quando sembrò che il cuore dovesse scoppiarle, per tutta quell’armonia. E avreste dovuto vederlo, allora — o sentirlo — come le apparve di nuovo il mondo quando gli occhi riemersero da quel mare.
E non avrebbe dovuto lasciarsi scappare quella lacrima?
Non avrebbe dovuto dirgli, finalmente, quelle parole?

 

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Ora è sera e non è rimasto nessuno quaggiù, a parte un falò in lontananza.
In momenti come questi, il suono del mare mi sembra trasformarsi in voce e le onde ne diventano le parole. Non sono, però, come le parole degli uomini: piuttosto come quelle dei bambini che balbettano per la prima volta: “maa-mma”, o “ca-sa”.
E allora riflettevo, continuando ad ascoltare, come sono pesanti simili parole, da pronunciare. Se lo dovesse fare, per esempio, un nuotatore in mezzo al mare, state certi, potrebbe sprofondare, fino a inabissarsi fluttuando sui fondali.

Le era già successo una volta, in effetti. A tutti, prima o poi succede.
Ma oggi, evidentemente, ha sentito qualcosa di diverso. C’era quell’acqua spettacolare, oggi.
E la meta era ormai lì vicina, solo a poche bracciate di distanza.

 

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