Acque rotte e occhi azzurri

Hvar, Agosto 1980
«Coraggio, mamma, che aspetti?»
Non riesce a crederci, lui, che io sia bloccata qui a pochi centimetri dall’acqua. Non riesce a credere che non riesca a buttarmi. E non ha tutti i torti. Quest’isola l’abbiamo sognata per undici mesi e per raggiungerla ci sono voluti due giorni di viaggio.
Ora finalmente ci siamo e il sole splende alto e fa un caldo insopportabile anche sotto l’ombrellone e il mare è calmo come una tavola e di un blu da cartolina — da qualche radio arrivano pure le note tranquillizzanti di una vecchia canzone:

Ma io, ormai da tempo, fisso l’acqua senza trovare il coraggio di buttarmi.
«Sei una fifona, ma’»
«Sta zitto, Emanuele»
Non riesce a crederci, lui. Non ha paura di nulla, a dieci anni, non vede un solo pericolo nello stare al mondo. E invece sua madre si blocca terrorizzata davanti a un “tuffo” di venti centimetri. Forse se lo guardassi negli occhi …
«Ora ti spingo io»
«Non fare il cretino!»
Ride — per me è tutt’uno con il sole e questo incanto di mare.
Lo so, non ha gli occhi azzurri. Gli occhi di Emanuele sono chiari, sì, ma non azzurri: sono verdi, con qualche sfumatura marrone — dipende dal sole. Eppure io li vedo azzurri, acqua fresca e pura che ridona la vita.
Del resto è mio figlio, e io sono sua madre: e quando ci si guarda così profondamente, così a lungo, quando si è il mistero della stessa carne in due corpi diversi, quali dati oggettivi può trasmettere la vista? Nella profondità del contatto con lui, l’organo con cui lo guardo è il mio cuore. È una cosa risaputa, no? Ed è la stessa ragione per cui questi pochi centimetri che mi separano dall’acqua mi appaiono un’altezza invalicabile: sì, mi trovo su una torre altissima, a precipizio sul mare in tempesta — mi ha sempre fatto paura, l’acqua del mare anche quando non è profonda ed è calma come ora.
«E dài, ma’: ti guarda tutta la spiaggia»
«Basta, Ema! Ho bisogno del mio tempo …»
A dire il vero no, non da sempre. Alla sua età non avevo paura di nulla — nemmeno delle acque profonde. I miei genitori non facevano in tempo a portarmi al mare che io c’ero subito dentro — chissà forse facevo anche fretta a mia madre, schernendo le sue titubanze. Poi è successo qualcosa, dieci anni fa. Vedi?, mi basta pensarci e subito va via il sole, subito tutto diviene buio e freddo e il mare si fa scuro … color del sangue.
Quella volta credetti di annegare — anzi a dire il vero, mi sa proprio che ero già annegata.
Era agosto, ma eravamo in città. Si erano rotte le acque, nella notte, ed eravamo corsi in ospedale — anche se tutto procedeva normalmente. Poi però, durante il parto, successe qualcosa cui nemmeno i medici erano preparati. Fu come essere buttata giù da un ponte o da una nave: vedevo sotto di me qualcosa di nero senza forma che ondeggiava pronto ad accogliermi. Non ci fu tonfo: ero subito laggiù, nel freddo seno di quel mare.
Io credo, Emanuele, che quel mare in cui sprofondavo fosse la morte — un infinito nulla scuro in cui la nostra luce, il nostro calore, il nostro respiro si perde. In lontananza sentivo le voci allarmate dell’ostetrico e delle assistenti; e avrei tanto voluto dire: “non preoccupatevi, non preoccupatevi, va tutto bene così”. Ma a un certo momento, in quel nulla mi parve di avvistare due punti lontani che brillavano d’azzurro come pietre preziose; ed era così bella, quella luce, che smisi di sprofondare e iniziai a nuotare, per vederla ancora e meglio. Finché fui abbastanza vicina da comprendere che non erano luci, ma occhi di una persona: uno sguardo meraviglioso mi sorrideva dolcemente, facendomi sprofondare, questa volta, nella luce e nel calore della vita.
«Vieni qua, Emanuele, e sta’ fermo adesso!»

Bill Viola, Heaven on Earth
Bill Viola, Heaven on Earth

Oh no, Emanuele, nessuno  m’impedirà mai di pensare (anzi di sentire) che, quel giorno, fu il tuo sguardo a salvarmi — anche se non ti avevo ancora visto, anche se i tuoi occhi oggi non sono azzurri. E comunque, se quella volta non sei stato tu, dopo però sì, ogni giorno fino ad oggi: dopo sono stati i tuoi occhi a salvarmi e darmi la forza, il calore, la vita. E lo so bene perché rispondo “azzurro” se mi chiedono il colore dei tuoi occhi: perché dentro di te ho visto sempre la bellezza e la forza dell’acqua fresca che scorre; perché da dieci anni sei la fonte pura cui mi sono dissetata di ogni fatica, di ogni affanno, di ogni dolore.
«Vieni ma’, ora conto fino a tre e vorrà dire che ci butteremo insieme, se ti fa tanta paura»
Non so cosa sarà di te fra venti anni, o trenta: se sarai felice e orgoglioso della tua vita oppure se avrai timore di guardarti nello specchio. E nemmeno so cosa sarà di me, fra vent’anni: whatever will be, will be

Bill Viola, Nantes Triptych
Bill Viola, Nantes Triptych

Ma vorrei tanto dirti, uno di questi giorni, davanti a un mare magnifico come questo, che cosa vedo sempre nei tuoi occhi, Emanuele — e come in quell’acqua azzurra io attingerò sempre la mia salvezza.
« … laggiù è bellissimo, ma’, vedrai: ci sono già stato»

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